Meditazione sul Padre nostro-parte 2

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Il pane, nell’accezione giudaica (che è il contesto sociale in cui Gesù è vissuto), è simbolo di tutti i beni materiali e spirituali che servono all’uomo per vivere. Chiedere il pane a Dio è chiedergli di darci tutto ciò che ci serve per la nostra vita materiale e anche spirituale.

A prima vista, poi, la domanda di richiesta del pane sembrerebbe suggerire un disinteresse del cristiano verso il proprio lavorare per guadagnarsi da vivere: chiedo a Dio il pane per vivere, quindi non devo procurarmelo da solo! Evidentemente la riflessione è del tutto sbagliata.

Dio ci sostiene anche mentre siamo noi a lavorare e a provvedere a noi stessi. Niente possiamo fare o possiamo raggiungere senza di Lui. Quindi, chiedere a Dio il pane significa chiedergli di continuare a sostenere noi e tutta la “filiera” (il lavoro; lo scambio di mercato; la natura; le nostre forze; ecc.) con cui ogni uomo riesce a procurarsi i beni di cui ha bisogno.

Il fatto, poi, che la richiesta è per un plurale di persone significa che il cristiano deve chiedere incessantemente per tutti. Anche se io personalmente ho tutto ciò che mi serve, devo chiedere e devo agire per chi non ce l’ha.

Il termine quotidiano, poi, traduce, in realtà un termine greco che può avere una duplice accezione: può significare “di oggi”; oppure “necessario”, “permanente”, “seguente” (inteso “di domani”. Nella prima accezione significa “i beni che ci servono per il sostentamento di oggi”. Nella seconda, invece, “i beni permanenti/necessari/di domani (intesi come i beni eterni) dacceli oggi”, “anticipali ad oggi”. La tradizione ha optato per il primo significato, ma il secondo non è da escludersi. Quindi, quando preghiamo e chiediamo il pane, stiamo chiedendo sia il necessario per l’oggi, che di ricevere in anticipo i beni eterni e futuri (quello che succede con la celebrazione eucaristica, con la quale riceviamo e partecipiamo alla grazia dell’eternità e del paradiso).

L’espressione temporale “oggi”, inoltre, può essere letta insieme con un altro detto di Gesù, contenuto nello stesso capitolo, poco più avanti: «Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). Nel pregare per ricevere “oggi” i beni necessari, il cristiano è chiamato a preoccuparsi solo dell’oggi in cui vive, e non affannarsi preventivamente del domani. Questo atteggiamento, come quello degli ebri che, durante l’esodo, devono raccogliere la porzione di manna solo per il giorno presente, dice la fiducia nei confronti di Dio, che ogni giorno si preoccupa dei suoi figli e non gli fa mancare il necessario per vivere.

Sono consapevole che la mia vita dipende da Dio?
Mi preoccupo del benessere degli altri? Oppure penso solo a me stesso e, al massimo, alla mia famiglia?
Riesco a concentrarmi sui bisogni dell’oggi? Oppure sono esageratamente affannato per il domani?


e rimetti a noi i nostri debiti

È particolare che Gesù ci fa pregare per la remissione dei nostri debiti nei confronti di Dio e non per la remissione dei nostri peccati. Debito e peccato non sono sinonimi tra loro.

Il debito è ciò che resta da “saldare” dopo che ci viene rimesso il peccato. L’idea è che con il peccato si fa un danno (a Dio o al prossimo). Il perdono fa sì che non ci venga più imputato il peccato, ma resta un debito da “saldare” (esempio del muro in cui vengono conficcati i chiodi [che sono i peccati] e poi tolti [che rappresenta il perdono del peccato] e restano i fori da chiudere [i debiti]).

Il perdono del peccato avviene attraverso la nostra conversione (commettiamo il peccato; ce ne rendiamo conto; proviamo rimorso per il male commesso; chiediamo perdono; facciamo il proposito di cambiare vita per non commettere più quel peccato; veniamo perdonati).

La remissione del debito avviene perché, chi deve esigere il “pagamento” del debito, rinuncia al suo diritto e ce lo cancella (cfr. la parabola del padrone creditore verso il servo).

Nel chiedere la remissione dei debiti, noi chiediamo a Dio di rinunciare ai suoi diritti di giustizia nei nostri confronti.

Sono consapevole che ogni volta che chiedo la remissione dei miei debiti, e ogni volta che mi confesso, sto chiedendo a Dio di rinunciare ai suoi diritti nei miei confronti?


come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

Nel chiedere la remissione dei nostri debiti nei confronti di Dio introduciamo una clausola, per cui chiediamo a Dio di comportarsi nei nostri confronti, come noi ci comportiamo nei confronti di coloro che hanno dei debiti verso di noi.

In altre parole, nel chiedere la remissione dei nostri debiti, stiamo dicendo a Dio: non usare del tuo diritto di giustizia nei nostri confronti, così come noi non usiamo del nostro diritto di giustizia nei confronti di chi a qualcosa verso di noi (cfr. di nuovo la parabola del padrone creditore).

Stiamo dicendo a Dio che anche noi rinunciamo ai nostri diritti per mantenere la pace con il prossimo!

Quanto c’è di vero in quello che diciamo a parole?


e non ci indurre in tentazione,

Per prima cosa bisogna chiarire cosa sia la tentazione. Essa non è peccato, ma è ciò che può condurre al peccato. La tentazione, qualunque sia la sua origine (il diavolo; Dio [secondo la mentalità semitica e anche dei primi cristiani, cfr. Paolo: «Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole» (Rm 9,18)]; la concupiscenza o la debolezza umana, cfr. Giacomo: «Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce» (Giac 1,14)]), è quella condizione o quella situazione in cui l’uomo è libero di scegliere se assecondarla o meno, se compiere o no quell’azione che poi porterà al peccato.

Gesù ci fa chiedere a Dio, secondo la traduzione attuale del Padre nostro, di non indurci in tentazione. Una nuova traduzione ci farà dire “non abbandonarci nella tentazione”. In un altro passo di Matteo, la preghiera è legata alla tentazione: è il caso della preghiera nel Getsemani, quando Gesù dice a Pietro e agli altri con lui di pregare per non entrare nella tentazione, perché lo spirito è pronto, ma la carne è debole.

Bisogna pregare il Padre perché ci aiuti a non entrare nella tentazione, affinché non cediamo ad essa e poi commettiamo il peccato a cui ci spinge.

Nella preghiera del Padre nostro, dovremmo essere consapevoli che la nostra carne è debole e quindi siamo spinti a cedere alla tentazione, e quindi Gesù ci fa chiedere al Padre il suo aiuto, affinché non siamo esposti alla tentazione senza che egli ci sia vicino. Di per sé la nuova traduzione è più corretta.

Sono consapevole che la tentazione non è peccato?
Cerco di resistere alle tentazioni?


ma liberaci dal male.

Qui il male può essere inteso sia come Maligno (il diavolo) che come ciò che è male, cioè il peccato. In ogni caso la richiesta è prosecuzione di quella precedente.

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